Abbiamo recentemente appreso dai giornali che la costruzione più alta del mondo è la Burj Dubai (chi volesse farvi una visita virtuale può cliccare su http://www.burjdubai.com/ ). Siamo con ogni evidenza in un altro mondo rispetto al nostro, ma non appena si scopre che la prima delle due parole si legge “burg”, un domestico clik scatta nella nostra mente nella quale in un batter d'occhio vanno ad assieparsi i “pagghiòla” e i falò della festa di Santa Lucia. Eh sì; sembra incredibile, ma è proprio la stessa parola. “Burg” (trascritto anche “bourdj”, “borj”, “bordj”, ecc.) in arabo vuol dire “torre”, termine da noi ereditato ed usato per rendere l'idea del mucchio (e del falò che ne consegue), mentre negli Emirati serve a designare i grattacieli, le modernissime torri appunto, che oggigiorno vi si costruiscono a tinchité. Sarebbe fuori luogo, tuttavia, cercare affinità arabosicule nella seconda parola: Dubai. Nulla a che vedere, malgrado le apparenze con la prima persona singolare del passato remoto del verbo “dubàr”. E cioè quella voce verbale che non infrequentemente utilizziamo allorquando, dopo essere stati ingozzati dagli amici che ci hanno invitato a pranzo, di fronte all'offerta dell'ennesimo cannolo, respingiamo l'allettante proposta tamburellando con le mani sulla pancia rigonfia e contestualmente esclamando “Nent c ntras chiù: dubài!”. Non oso citare, perchè sconsigliatissima da ogni galateo, l'espressione popolare esprimente l'appagamento postprandiale: “M dubài a uaddara!”
Enzo barnabà www.enzobarnaba.it |